Eroi di cartone

La storia, quella ufficiale (scritta dai vincitori e dai loro scribani, i quali scambiano, in tutte le epoche, l'indegnità dei loro racconti per un tozzo di pane e un qualche companatico), ci racconta che il risorgimento italiano fu un periodo di grande idealismo e slancio nazionale che, da Milano a Palermo, infiammò i cuori e condusse all'unità d'italia, soverchiando, in forza del fulgente patriottismo e della fede, i prepotenti nemici di quella che, poi, sarebbe diventata la patria di 57 milioni di "cittadini", chiamati, senza alcuna ragione storica, italiani.

Quella storia, nella stragrande maggioranza dei racconti e delle verità assunte a dogma, è un grandioso cumulo di stronzate.

Quella stessa storia senza testimoni e senza attendibili pezze d'appoggio, è clamorosamente smentita dai testimoni oculari e dai resoconti da loro lasciati, dai quali si trae la vergogna per le infamità che, i cosidetti eroi nazionali, hanno compiuto contro gli stessi cittadini di quell'italia che, a parole, dicevano di voler costruire e, nella brutalità delle loro azioni, saccheggiavano fin nelle profondità dei suoi valori più cari.

Se Camillo Benso conte di Cavour, fosse stato processato da un tribunale internazionale indipendente, sarebbe quasi certamente finito, come anni dopo i gerarchi nazisti, di fronte ad un plotone d'esecuzione, per gli atroci crimini commessi contro i suoi concittadini italiani (prevalentemente del sud).

E Vittorio Emanuele II, il cosiddetto "re galantuomo", sarebbe finito nella spazzatura della storia, per l'arroganza e la barbarie con cui trattò gli abitanti del regno delle due sicilie, pari solo alla codardia e l'inconsistenza del comando, che mostrò sui campi di battaglia (fino a spingere Napoleone III a farne lo zimbello delle proprie truppe).

Quel "re galantuomo" si trovava molto più a suo agio nelle osterie della Torino cafona, a ruttare e scorreggiare rumorosamente, dopo essersi allitrato di pessimo vino e rimpinzato di intingoli tutt'altro che reali. Un personaggio impresentabile ed imbarazzante, diventato un mito del risorgimento italiano, in virtù del potere di controllo sui "media" del suo tempo (la storia, come vedete, è sempre la stessa: chi controlla i mezzi di informazione impone, a suo piacimento, la sua versione dei fatti, anche quando è sfrontatamente falsa).

Ma oggi, 150 anni dopo, la verità comincia a venire a galla e non c'è nulla di cui gloriarsi: l'unità d'italia, fu una delle pagine più vergognose di tutta la storia di questo paese, dal ratto delle sabine in poi; e molti di quegli eroi risorgimentali, furono nella migliore delle ipotesi degli inetti, nella peggiore dei criminali.

Lo stesso Giuseppe Garibaldi (l'eroe dei due mondi) fu definito "un babbeo" da Maxime du Camp, uno scrittore francese (e garibaldino di complemento) che lo frequento per lungo tempo e, infine, ne trasse quel giudizio tutt'altro che commendevole. Giuseppe Mazzini (un altro eroe risorgimentale) giudicava Garibaldi "una canna al vento, uno che non riesce a mantenere la stessa idea per più di un giorno". Denis Mack Smith, a posteriori, lo considerò un tipo "rozzo ed incolto" e Indro Montanelli lo definì un "onesto pasticcione".

Niente a che vedere con l'aureola d'eroe nazionale posta sul suo capo dalla storia ufficiale che di lui raccontò cose tanto inverosimili da risultare perfino comiche (come la "terribile" battaglia di Calatafimi che, in definitiva, provocò 45 morti, 30 garibaldini e 15 borboni e, più che uno scontro di due poderosi eserciti, sembrerebbe essere stata la scazzottata di due bande rivali che, nella foga dello scontro, finì per provocare qualche morto).

Fatta l'unità d'italia, quel re galantuomo impose tasse e gabelle inaudite sui popoli del sud; riuscendo a farsi odiare dai miti siciliani che, quasi subito, si resero conto che quel re savoiardo era infinitamente peggio del re borbone. E, infatti, nel 1866 (sei anni dopo l'epopea garibaldina), a Palermo scoppiò la rivolta contro gli invasori piemontesi.

I siciliani erano stanchi di quei barbari del nord che parlavano nel loro incomprensibile dialetto, uccidevano senza motivo e imponevano tributi che li immiserivano. Erano stati un popolo decorosamente agiato, si ritrovavano alla fame, grazie all'unità d'italia.

Durante il regno dei borboni, Palermo e Napoli erano tra le città più ricche d'europa (Napoli, con i suoi 500.000 abitanti, era la quarta citta più popolosa dopo Parigi, Londra e Vienna); sotto i savoia (e fino ai giorni nostri), sono sprofondate nell'arretratezza, condita dal dileggio da parte di quello stesso nord che le aveva saccheggiate (insieme a quasi tutto il resto del sud).

I carabinieri del re scorreggione (Vittorio Emanuele II) si macchiarono di così tanti ignobili misfatti che, ancora oggi, in tutte le contrade siciliane, la loro divisa è sinonimo di "soperchieria" e loro vengono chiamati "sbirri": un soprannome infamante che è rimasto nel tempo, nonostante le tante belle favole che la storia ufficiale ha raccontato di loro.

Esattamente come l'avversione storica dei genovesi contro i bersaglieri: quel re savoiardo li aveva mandati a ristabilire l'ordine in città, e loro massacrarono a schioppettate studenti, lavoratori, donne e bambini. Quei reggimenti erano comandati da generali che, di fronte ad un nemico armato (gli austriaci), si distinguevano per la rapidità con cui alzavano i tacchi e se la davano a gambe (a Novara, a Magenta, a San Martino etc..), invece, di fronte a dimostranti inermi e disarmati, mostravano la faccia feroce dei comandanti sprezzanti del pericolo.

Per quegli omicidi a sangue freddo e quella totale mancanza di compassione umana, i bersaglieri non poterono (per i successivi cento anni) neanche avvicinarsi a Genova. In Sicilia, invece, le forze dell'ordine sono, ancora oggi, considerate "nemici": risultato dei loro atti efferati, con cui straziarono il cuore stesso di quell'isola, un tempo prospera e pacifica.

Se quei comandanti, quei militari ed i loro mandanti piemontesi, fossero stati consegnati alla giustizia del popolo siciliano, si sarebbe dovuto "inventare" pene di gravità simile ai crimini da loro commessi: la semplice fucilazione alla schiena, non sarebbe bastata a colmare le ingiustizie subite.

E se il popolo siciliano dovesse, oggi, richiedere il risarcimento dei danni subiti in quel periodo, non basterebbe l'intero prodotto nazionale lordo italiano a pareggiare i conti di quel contenzioso che, nato dall'unità d'italia, ha sprofondato l'isola di Dio nella miseria.

Per difendersi dal re scorreggione e dai suoi "astuti" primi ministri, Palermo insorse nel 1866 ed i palermitani onesti diventarono partigiani, nascondendosi sulle montagne di Montepellegrino, Montelepre, Corleone, Alcamo e Misilmeri, da dove scendevano in città per attaccare gli invasori: guerriglia ante litteram che causò un bagno di sangue inaudito.

Il luogotenente Massimo Cordero di Montezemolo (un antenato dell'attuale presidente della Fiat) ebbe l'incarico di "spurgare" l'isola da quella "feccia" (in realtà, i partigiani, erano la crema di Palermo: nobili, intellettuali, artisti e ....preti) e, dopo molti mesi di scontri a fuoco, i piemontesi imposero la legge del cannone e del terrore (sempre arditissimi con le popolazioni civili, quanto codardi e perennemente perdenti con gli austriaci).

La sicilia dei siciliani onesti, infine, si arrese e, al suo posto, prosperò la mafia, cui quel re scorreggione e Cavour si erano appoggiati, per consentire a Garibaldi di vincere, quasi senza combattere, quella "guerra di liberazione dai borboni" che, in realtà, fu un'aggressione deliberata ad uno stato sovrano, in onta a tutti i trattati bilaterali e le leggi internazionali.

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